L’incameramento, l’uso pubblico e la vendita di considerevoli quantità di beni ecclesiastici nel periodo napoleonico contribuirono a modificare la distribuzione della proprietà fondiaria e ad avviare, in alcuni casi, nuovi processi di sviluppo nelle campagne, sommandosi ad altre importanti riforme, come la eversione della feudalità e la liquidazione degli usi civici, che ebbero particolare rilievo nel Regno di Napoli. Già dalla seconda metà del Settecento, un notevole impulso all’evoluzione agraria di molti Stati italiani era stato innescato dal processo di privatizzazione delle terre di manomorta (sia pubbliche che ecclesiastiche). Nel Regno di Napoli, tuttavia, la riduzione del patrimonio degli ordini religiosi pur perseguita nell’ambito della lotta al potere e ai privilegi della chiesa non ottenne il successo auspicato. La proprietà ecclesiastica, infatti, fu appena scalfita, se si escludono le espropriazioni dei gesuiti dopo il 1767 e dei beni del clero in Calabria dopo il terremoto del 1783. Ben diversa e radicale fu invece la soppressione sistematica delle case religiose e la vendita dei beni espropriati nel Decennio francese. In questo caso l'operazione riguardò una quantità assai rilevante di beni (rurali e urbani) con conseguenze di ampia portata sull’assetto della proprietà fondiaria e sul regime agrario del mezzogiorno continentale.

Soppressione degli enti religiosi e liquidazione del patrimonio ecclesiastico nel Regno di Napoli (1806-1815)

MINECCIA, Francesco
2012-01-01

Abstract

L’incameramento, l’uso pubblico e la vendita di considerevoli quantità di beni ecclesiastici nel periodo napoleonico contribuirono a modificare la distribuzione della proprietà fondiaria e ad avviare, in alcuni casi, nuovi processi di sviluppo nelle campagne, sommandosi ad altre importanti riforme, come la eversione della feudalità e la liquidazione degli usi civici, che ebbero particolare rilievo nel Regno di Napoli. Già dalla seconda metà del Settecento, un notevole impulso all’evoluzione agraria di molti Stati italiani era stato innescato dal processo di privatizzazione delle terre di manomorta (sia pubbliche che ecclesiastiche). Nel Regno di Napoli, tuttavia, la riduzione del patrimonio degli ordini religiosi pur perseguita nell’ambito della lotta al potere e ai privilegi della chiesa non ottenne il successo auspicato. La proprietà ecclesiastica, infatti, fu appena scalfita, se si escludono le espropriazioni dei gesuiti dopo il 1767 e dei beni del clero in Calabria dopo il terremoto del 1783. Ben diversa e radicale fu invece la soppressione sistematica delle case religiose e la vendita dei beni espropriati nel Decennio francese. In questo caso l'operazione riguardò una quantità assai rilevante di beni (rurali e urbani) con conseguenze di ampia portata sull’assetto della proprietà fondiaria e sul regime agrario del mezzogiorno continentale.
File in questo prodotto:
Non ci sono file associati a questo prodotto.

I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.

Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11587/377480
 Attenzione

Attenzione! I dati visualizzati non sono stati sottoposti a validazione da parte dell'ateneo

Citazioni
  • ???jsp.display-item.citation.pmc??? ND
  • Scopus ND
  • ???jsp.display-item.citation.isi??? ND
social impact