Nella premessa al volume sulla scultura napoletana del Cinquecento, Francesco Abbate, riprendendo le parole di Jacob Burckhardt, elogiava il «ricco tesoro» della scultura funeraria partenopea, che lo storico svizzero aveva considerato, probabilmente non senza una dose di ammirato stupore, una «schiera marmorea di guerrieri e funzionari, come forse solo a Venezia ne esiste un’altra simile». In queste pagine si è tentato di offrire, attraverso un censimento complessivo di tipo territoriale e una catalogazione più specifica relativa alle chiese cittadine, una visione d’insieme di quel «ricco» patrimonio della scultura funeraria napoletana fra gli ultimi decenni del Quattrocento e i primi del Seicento. Sono stati oggetto di indagine i monumenti funebri e le lastre tombali, in particolare quelle che presentano l’effigie del defunto. Ad essi va però aggiunta un’altra tipologia funeraria, molto diffusa a Napoli, che è quella del sediale. Si è partiti dal 1470, data incisa sul sepolcro di Diomede Carafa nel Cappellone del Crocifisso in San Domenico Maggiore: un monumento tipologicamente innovativo, che al momento della sua ideazione non trova simili nel contesto napoletano. La catalogazione è proseguita per Napoli fino al 1560, attenendoci al tracciato di De Stefano sulle epigrafi delle sepolture. Il censimento delle opere giunge invece fino al 1623, che è anche la data dell’ultima opera presa in considerazione, vale a dire il monumento Severino in Santa Maria la Nova, oggetto di uno studio più mirato nel successivo volume previsto per la primavera 2025, come spiegato da Letizia Gaeta nell’introduzione. Queste due date non sono casuali: la prima è l’anno in cui viene pubblicata la Descrittione dei luoghi sacri della citta di Napoli di Pietro de Stefano, il 1623 è invece l’anno in cui è data alle stampe, presso Ottavio Beltrano, la Napoli sacra di Cesare D’Engenio Caracciolo. È una scelta dettata dal voler affidarci nello specifico a due fonti letterarie coeve al periodo esaminato. In entrambe le opere l’interesse riservato alle sepolture è sottolineato sin dal frontespizio, dove si preannuncia la trascrizione degli epitaffi. Nella Napoli sacra è persino presente una «Tavola Delle Famiglie contenute ne’ Sepolchri». Partendo da qui, è possibile cogliere le differenze fra le due ‘guide sacre’ della città anche per il versante epigrafico. Un primo distinguo si può infatti riscontrare osservando il numero di sepolcri citati. (Dall'Introduzione alla Catalogazione del Patrimonio 1470-1623, di Giacomo Perrone)

Scultura funeraria napoletana in età moderna. Per un avvio alla catalogazione del patrimonio 1470-1623

Giacomo Perrone
2024-01-01

Abstract

Nella premessa al volume sulla scultura napoletana del Cinquecento, Francesco Abbate, riprendendo le parole di Jacob Burckhardt, elogiava il «ricco tesoro» della scultura funeraria partenopea, che lo storico svizzero aveva considerato, probabilmente non senza una dose di ammirato stupore, una «schiera marmorea di guerrieri e funzionari, come forse solo a Venezia ne esiste un’altra simile». In queste pagine si è tentato di offrire, attraverso un censimento complessivo di tipo territoriale e una catalogazione più specifica relativa alle chiese cittadine, una visione d’insieme di quel «ricco» patrimonio della scultura funeraria napoletana fra gli ultimi decenni del Quattrocento e i primi del Seicento. Sono stati oggetto di indagine i monumenti funebri e le lastre tombali, in particolare quelle che presentano l’effigie del defunto. Ad essi va però aggiunta un’altra tipologia funeraria, molto diffusa a Napoli, che è quella del sediale. Si è partiti dal 1470, data incisa sul sepolcro di Diomede Carafa nel Cappellone del Crocifisso in San Domenico Maggiore: un monumento tipologicamente innovativo, che al momento della sua ideazione non trova simili nel contesto napoletano. La catalogazione è proseguita per Napoli fino al 1560, attenendoci al tracciato di De Stefano sulle epigrafi delle sepolture. Il censimento delle opere giunge invece fino al 1623, che è anche la data dell’ultima opera presa in considerazione, vale a dire il monumento Severino in Santa Maria la Nova, oggetto di uno studio più mirato nel successivo volume previsto per la primavera 2025, come spiegato da Letizia Gaeta nell’introduzione. Queste due date non sono casuali: la prima è l’anno in cui viene pubblicata la Descrittione dei luoghi sacri della citta di Napoli di Pietro de Stefano, il 1623 è invece l’anno in cui è data alle stampe, presso Ottavio Beltrano, la Napoli sacra di Cesare D’Engenio Caracciolo. È una scelta dettata dal voler affidarci nello specifico a due fonti letterarie coeve al periodo esaminato. In entrambe le opere l’interesse riservato alle sepolture è sottolineato sin dal frontespizio, dove si preannuncia la trascrizione degli epitaffi. Nella Napoli sacra è persino presente una «Tavola Delle Famiglie contenute ne’ Sepolchri». Partendo da qui, è possibile cogliere le differenze fra le due ‘guide sacre’ della città anche per il versante epigrafico. Un primo distinguo si può infatti riscontrare osservando il numero di sepolcri citati. (Dall'Introduzione alla Catalogazione del Patrimonio 1470-1623, di Giacomo Perrone)
2024
9788867663026
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